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L'acquedotto di Acqui

Cartosio può vantare, con assoluta certezza, di essere il punto di origine e di presa delle acque dell'Erro da parte dell'acquedotto costruito dai Romani.

L'acqua prelevata veniva convogliata alla città romana di Aquae Statiellae (l'attuale Acqui Terme) con una condotta di circa 14 chilometri, in parte sotterranea e in parte esterna sospesa su archi.

I grandi resti del maestoso acquedotto, presso il ponte Carlo Alberto, in Acqui Terme, nel punto di attraversamento del fiume Bormida, sono costituiti da sette grandi pilastri con quattro archi e altri otto pilastri dello stesso acquedotto sono allineati nei campi verso la collina nei pressi di località Marchioli.

I pilastri non salgono rastremati, ma si restringono verso l'alto con piccole riseghe e sono costruiti in muratura, in pietra arenaria locale cementata con calce con il paramento esterno costruito con caratteri omogenei a filari regolari di conci in pietra.
Tale tipologia di costruzione fa risalire l'acquedotto all'epoca augustea (sec. I a. C), epoca in cui vi fu un notevole sviluppo edilizio urbano in Aquae Statiellae. Fu restaurato a varie riprese nel corso dei secoli fra cui all'epoca di Antonino Pio (sec. I d. C.) e da ultimo da Teodorico verso il 500 d. C.
Il suo uso durò, infatti, fino all'alto medioevo quando fu abbandonato.

Nella medesima località, in regione Marchioli, in anni recenti, a seguito di ricerche della Soprin-tendenza Archeologica del Piemonte, era emersa ed ora purtroppo reinterrata, una parte di fondazione del condotto con rivestimento interno in cocciopesto sullo stesso allineamento dei pilastri citati in precedenza.
Tali resti dell'acquedotto costituiscono la più importante testimonianza, ancora visibile, delle origini romane di Acqui Terme.

Nella città di Acqui Terme un tratto di acquedotto romano era stato ritrovato negli anni 70 dal gruppo ricerche del Civico Museo Archeologico di Acqui Terme, in occasione della costruzione di nuove fognature nella via Alessandria nei pressi dell'ex stabilimento Beccaro con andamento in discesa verso l'antica città romana. Altri resti dell'acquedotto nella città di Acqui Terme furono quelli(9) ritrovati nel podere già Lingeri in regione Stabiello (nell'area dell'attuale vetreria) all'inizio del 1800 e presso la stazione ferroviaria nelle fondazioni della palazzina Caratti, poi Vigo, ora demolita, e sostituita da un condominio; ma in questo secondo caso dovrebbe essersi trattato di una diramazione dell'acquedotto verso qualche insediamento esterno della città a tutt'oggi non ancora conosciuto.

Sino all'inizio dell'800 gli storici locali avevano sempre sostenuto che l'acquedotto romano avesse l'approvvigionamento dalla fonte esistente a Roccasorda, fonte scomparsa a seguito del terremoto dell'anno 1728, ma i ritrovamenti dei resti dell'antico condotto in vari punti (di cui purtroppo ora di alcuni di essi non si ha più conoscenza) durante i lavori eseguiti per la costruzione della strada di Melazzo, hanno portato all'assoluta certezza dell'approvvigionamento dell'acquedotto romano dalle acque dell'Erro.

Il condotto, nei vari ritrovamenti, si presenta di forma rettangolare con volta a botte, con le misure interne di cm. 140 circa di altezza e cm. 50 di larghezza ed è costruito in muratura in pietra e calce con rivestimento all'interno con conglomerato impermeabile in calce e cocciopesto.

Un tratto di tale condotto è stato ritrovato sempre dal gruppo ricerche del Civico Museo Archeologico di Acqui Terme sulla destra del rio Siberia della lunghezza di circa 30 metri, mentre a tutt'oggi non sono stati reindividuati i punti presso l'attraversamento del rio Platona e in località Giardino di Melazzo.

Sempre risalendo il tracciato lungo la valle dell'Erro, altro tratto di acquedotto ancora visibile, si ha in località Cagliogna di Melazzo, nel punto di attraversamento dello stesso rio dove poco a monte si è avuto recentemente il rinvenimento di due tratti dello stesso acquedotto sulla sponda del torrente Erro. In questo punto doveva esservi una presa di approvvigionamento delle acque dall'Erro per l'acquedotto; infatti, nel 1978, il gruppo di ricerche del Museo acquese rilevò presso tale sponda, nell'alveo del torrente, una palificazione di sbarramento che doveva servire a convogliare le acque nel condotto dell'acquedotto, recentemente ritrovato, che allora non era stato rilevato in quanto coperto da una fitta vegetazione e da terra in seguito franate.Venendo ora ai ritrovamenti del condotto ancora a monte nella valle dell'Erro interessanti il Comune di Cartosio, questi si hanno nelle regioni Gaini e Rivere (dove in casi di siccità si può individuare il tracciato del condotto dalle coltivazioni meno rigogliose) arrivando alla presa in località Tempuccio in cui si ha un grosso foro aperto in una sporgenza di arenaria sul fianco del torrente Erro. Anche in questo caso, così come in regione Cagliogna, le acque, con sistema di sbarramento dovevano essere deviate nel condotto. Il tracciato dell'acquedotto tuttavia non doveva fermarsi ancora qui. Nel 1989, durante una magra dell'Erro, venne alla luce nel letto del torrente ancora a monte in località Colombara, un altro tratto dell'acquedotto (ora ricoperto da ghiaie riportate dalle piene).

L'acquedotto doveva, quindi, arrivare alla presa più a monte che doveva trovarsi subito a valle della località Lagoscuro. L'acquedotto romano in Cartosio era già conosciuto nell'800; il Roffredo così lo descrive: "Nella suddetta contrada regione di Botte, nel sito detto Tempuccio si vede attualmente alla profondità di un trabucco o più parte d'un sotterraneo scavato a scalpello nella rocca tuvaccia d'ampiezza d'un piede e mezzo e d'altezza di tre piedi e mezzo circa stato scoperto molti anni sono dalle piene dell'Erro, le di cui acque vanno a batter di punta in essa rocca che per esserne stata corrosa ha lasciato apparire detto sotterraneo, i quale ha la sua direzione da mezzodì a settentrione sotto detta regione di Botte verso quelle di Biancaccio e Cattalano e da mezzodì piegan dosi ivi ad occidente pel tratto di trenta e più trabucchi si perde nell'alveo del fiume in una rocca...".
"Che nella medesima sponda dell'Erro in lontananza di cento e più trabucchi dal sito dove si perde il suddetto sotterraneo con la rocca nell'alveo del fiume, verso settentrione si vede un consimile sotterraneo non più fatto nella roccia che ivi più non esiste, ma formato in muro in calcina, e che ha la sua direzione sotto la regione di Nosetta verso il nord-est così verso la detta regione di Cattalano e che non si può ne si è mai potuto precisare la direzione medesima per non essersi mai fatto luogo a maggiori scoperte stanti che nel primo si può andare per soli pochi trabucchi dal sud al nord essendo il restante pieno di terra e l'altro essendolo interamente ma che non lascia in tutto ciò dubitare che il secondo sia una continuazione del primo e che formassero come mezzo circolo irregolare sotto le regioni medesime".

Sino ad oggi quindi il tracciato dell'acquedotto è quasi interamente conosciuto solo a tratti.
Occorreranno, quindi, ancora ricerche accurate e sistematiche, da parte degli Enti preposti, per poter individuare, con maggiore esattezza possibile, le parti ancora esistenti del tracciato di una così importante opera idraulica da mantenere e da valorizzare sia sotto l'aspetto culturale che turistico.





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